Storia ESABAC T1-Cap.4 L’unificazione europea

Storia – Tema I : Il mondo nel Secondo dopoguerra

Capitolo IV : L’unificazione europea

Méthodologie et objectifs
Prérequis – Disciplinaire : savoir décrire un document iconographique ;

Linguistique : utilisation du comparatif / affirmer et convaincre ;

РExpression de temps + temps du pass̩ + temps du pr̩sent.

 

Objectifs disciplinaires -          Connaître les caractéristiques du mouvement d’unification européenne  ;

-          Etudier la cohabitation entre maintien de la souveraineté nationale et construction d’une entité supranationale ;

-          Dans quel contexte historique, politique et économique l’Union Européenne est-elle née et s’est-elle développée ?

-          Argumenter à l’aide d’exemples.

Objectifs linguistiques -          Lexique spécifique juridique, économique et politique ;

-          Elaborer une composition ;

-          Argumenter.

 

 I- L’avvio dell’unificazione europea

A-Le lezioni della storia

1-A cura di Raimondo Cagiano, « I movimenti per l’Europa in Francia ed in Italia nel Secondo dopoguerra », Quaderni federalisti – nuova serie n°34, Centro italiano di formazione europea.

Tali radici lontane risalgono agli anni 1929/30, allorché Aristide Briand lanciava il messaggio della costruzione di una federazione europea. In quel periodo in Francia i cosiddetti “non conformisti degli anni ’30” – identificati con la scuola dei “personnalistes” – (…) formando un circolo di intellettuali impegnati nella vita politica e sociale, di ispirazione talvolta proudhoniana, talaltra cattolica o libertaria, i quali però tutti parlavano esplicitamente dell’idea di federazione europea. In Italia, invece, nello stesso periodo nacque nell’isola di Ventotene il Movimento per l’Unione Europea, che ha poi avuto un impatto profondo nel pensiero politico di questo paese rispetto al successivo processo di integrazione europea. Lì erano stati confinati uomini politici di varia estrazione ma tutti ugualmente di opposizione al regime di allora, i quali redassero quello che fu poi chiamato il Manifesto di Ventotene. (…).

Il 1946 vide anche parallelamente in Italia ed in Francia la nascita di gruppi minori diversi, alcuni dei quali ex – novo, altri come prolungamento di iniziative preesistenti. Tra essi merita menzione il gruppo parlamentare federalista in seno all’Assemblea Costituente, al quale va riconosciuta la paternità dell’articolo 11 della Costituzione italiana, che è stato ed è tuttora la norma attraverso la quale l’Italia ha potuto prender parte alle attività internazionali e sovranazionali esistenti. L’anno critico per l’evoluzione di questi movimenti fu il 1947, caratterizzato dal I Congresso internazionale dei federalisti europei che si tenne a Montreux ed ebbe natura costituente.

(…) Nel frattempo, accanto ai movimenti di base della resistenza e a quelli politici, vi era un movimento istituzionale che stava preparando il I Congresso dell’Aja del 1948, durante il quale si fondò il Movimento Europeo. Il Congresso dell’Aja aveva come presidente Winston Churchill, il cui discorso fu fondamentale ai fini della creazione del Movimento e presagiva sin da allora nei suoi documenti la proposta della redazione di un progetto di Costituzione europea. Da tale Congresso venne un impulso di carattere politico – istituzionale al processo di unità europea che portò l’anno successivo alla creazione del Consiglio d’Europa. Quest’ultimo è oggi composto da 43 Stati membri e funge da anticamera del processo comunitario in qualità di sede intergovernativa aperta anche ai paesi dell’Est europeo. Su tale organizzazione vi fu allora un grosso dibattito – risoltosi negativamente per i federalisti e positivamente per gli intergovernamentalisti – circa la creazione di una prima Assemblea costitutiva del Consiglio d’Europa, che era ed è tuttora una assemblea parlamentare di secondo grado, cioè non eletta direttamente dai cittadini bensì costituita su designazione dei Parlamenti dei singoli Stati membri. La discussione sulla concezione istituzionale del Consiglio d’Europa e della assemblea costitutiva come eletta direttamente dal popolo con un’unica legge elettorale uniforme, all’epoca era importante sia nei movimenti federalisti sia nei movimenti istituzionali, ma si concluse con la vittoria della tesi intergovernativa. Il successivo 1950 è un anno storico per l’Europa istituzionale ed anche per i movimenti federalisti a causa di due eventi fondamentali: la Dichiarazione Schumann del 9 maggio, ispirata da Monnet, e la riunione a Strasburgo del gruppo dell’Orangerie per ribadire la necessità del cammino verso la federazione e l’elezione di un Parlamento europeo nell’ambito di un sistema sovranazionale nel nostro continente.

In quell’anno, inoltre, nacque il Consiglio dei Comuni d’Europa, come concretizzazione del passaggio del federalismo dalla dimensione sovranazionale alla dimensione dei poteri regionali e locali. Per riassumere quanto detto finora, i pilastri dei movimenti dell’Europa fin qui emersi sono stati: le organizzazioni militanti di forte impegno politico; i movimenti di simpatia di europeismo diffuso nella società; infine i gruppi e le correnti politiche di tipo istituzionale. Questi tre binari esistono ancora in Europa e l’alternanza dell’uno o dell’altro nell’ispirare gli eventi europei è caratteristica anche dei nostri giorni, compresi il Trattato di Maastricht e di Amsterdam e l’attuale dibattito intorno ai progetti di costituzione europea a seguito del Vertice di Nizza. Si deve ricordare ancora che in quest’epoca sta per fare l’apparizione la terza delle grandi componenti dell’europeismo nel secondo dopoguerra. Essa è rappresentata anzitutto dalla corrente psicologica basata sulle idee della libertà contro l’oppressione, dell’occidente contro il comunismo, della democrazia conto i regimi totalitari, del post-fascismo, post-nazismo, post-stalinismo e così via.

Vi è poi la fase economica che vedrà la nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e poi del Mercato Comune. Infine esiste la componente politica, rispetto alla quale il problema è quello della natura delle istituzioni che devono essere intergovernative, secondo gli uni, oppure sovranazionali, secondo gli altri. La prima realizzazione di tipo economico fu la CECA, nata nel 1951 intorno alle fonti energetiche di allora: non a caso il problema del carbone fu uno degli elementi di interesse economico nella prospettiva – prima – e nella ricostruzione – dopo – dell’amicizia franco-tedesca Aspetto importante da sottolineare è che la CECA venne dotata di un’assemblea sovranazionale – l’Alta Autorità – le cui decisioni avevano quindi natura sovranazionale; caratteristica che è andata perduta nel MEC e nella CEE, almeno fino ad oggi.

Nel 1953, dopo la morte di Stalin, si svolgono in Francia ed in Italia due azioni federaliste destinate al fallimento. La prima fu una scissione all’interno del Movimento Europeo dei Federalisti, che fu però di marginale importanza; fu infatti seguita da una riunificazione nel 1972/73. Molto più rilevante fu la proposta del governo francese per la creazione della prima Comunità Europea di Difesa, che doveva accompagnarsi alle comunità economiche nascenti. Essa sollevò aspri dibattiti ma anche accese speranze perché attraverso la costituzione di un’ Unione europea per la sicurezza e la difesa poteva nascere un embrione di governo europeo. Infatti, data la strada sicuramente democratica intrapresa dai due governi in questione e dagli altri facenti parte delle Comunità, tale unione necessitava fatalmente di un Parlamento europeo, di partiti europei e di una Costituzione europea.

Però nello stesso Parlamento francese questa proposta cadde e venne bocciata nel 1954; così tutta l’azione dispiegata a sostegno della CED portò da momenti di grande entusiasmo a momenti di grande disperazione.

Dopo questo fallimento si ripartì dall’azione confederale, nell’ambito della quale nel 1955 fu convocata la conferenza di Messina, il cui protagonista fu Henri Spaak. In quella occasione nacque come supplente della CED la UEO – Unione dell’Europa Occidentale – e si misero le basi per la creazione della CEE, la Comunità Economica Europea. (…)

Nello stesso anno il Movimento Federalista Europeo sia in Francia che in Italia raggiunse il massimo del numero degli iscritti militanti (rispettivamente 5.000 e 12.000 iscritti). Infine l’avvento di De Gaulle e le sue posizioni sull’Unione Europea divisero nuovamente i federalisti. In Francia essi lo sostennero sia nella sua opposizione all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità europea – dovuta alla concezione confederale dell’approccio gaullista all’Unione Europea – sia nella questione del Trattato di amicizia italo-tedesca. Diversamente parte dei federalisti francesi si dissociò da De Gaulle per la sua concezione dell’Europa delle patrie o l’Europa degli Stati: con essi ed ancor più decisamente oppositori furono i federalisti italiani e, tra loro, in particolare un nuovo attivo gruppo romano che diede origine nel 1963 al Gruppo Studentesco Europeo (segue).

2-La dichiarazione di Robert Schuman, ministro francese degli Affari esteri, nel 9 maggio 1950.

« L’Europe ne se fera pas d’un coup, ni dans une construction d’ensemble : elle se fera par des réalisations concrètes créant d’abord une solidarité de fait. Le rassemblement des nations européennes exige que l’opposition séculaire de la France et de l’Allemagne soit éliminée : l’action entreprise doit au premier chef toucher la France et l’Allemagne […]

Le gouvernement français propose de placer l’ensemble de la production franco-allemande de charbon et d’acier sous une Haute Autorité commune, dans une organisation ouverte à la participation des autres pays d’Europe. La mise en commun des productions de charbon et d’acier assurera immédiatement l’établissement de bases communes de développement économique, première étape de la Fédération européenne, et changera le destin de ces régions longtemps vouées à la fabrication des armes de guerre dont elles ont été les plus constantes victimes ».

3-Secondo Massimo Piermattei, « La « dichiarazione Schuman » e l’inizio del processo d’integrazione europea », officinadellastoria.info, giovedi 22 luglio 2010.

  1. (…) Tuttavia, anche il secondo conflitto mondiale era scoppiato in Europa e, più precisamente, aveva trovato una delle sue principali scintille nella secolare contesa franco-tedesca lungo le rive del Reno. Dopo la guerra del 1870, e dopo la Grande Guerra, un nuovo conflitto aveva insanguinato il Vecchio continente anche a causa delle dispute territoriali tra Francia e Germania: le ricchezze minerarie della Ruhr e della Saar avevano infatti acceso più volte gli appetiti dei governi di Parigi e Berlino, sfociando però in tre tragici conflitti, che avevano causato oltre sessanta milioni di vittime.

    La ruvida operazione di semplificazione delle molteplici e complesse ragioni che stanno dietro a ogni conflitto – e quindi tanto più a due conflitti mondiali – non sminuisce l’importanza del dissidio franco-tedesco nelle vicende belliche del primo Novecento. È naturale quindi che, nell’immediato secondo dopoguerra le classi dirigenti di Francia e Germania, insieme a quelle degli altri Stati europei, si domandavano preoccupate come sarebbe proseguito il rapporto tra i due “vicini”: è in questo contesto che il 9 maggio 1950 Robert Schuman pronunciò la sua, ormai storica, dichiarazione che segnò l’avvio del processo d’integrazione europea, della quale quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario.

    Il ministro francese, ispirato da Jean Monnet, propose alla Repubblica Federale di Germania – dalla quale aveva già ricevuto un convinto ed entusiastico assenso per bocca del Cancelliere Adenauer – di mettere insieme la produzione di carbone e acciaio sotto un unico ombrello saldamente tenuto da una comune Alta Autorità. Nella splendida cornice della Sala degli Orologi, Robert Schuman affermò: “L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l’azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania.
A tal fine, il governo francese propone di concentrare immediatamente l’azione su un punto limitato ma decisivo. Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei (…)

    La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile”. Fu immediatamente chiaro che la proposta non era né una mera misura di carattere economico, né una soluzione tampone, come tante ce ne erano state in precedenza. La dichiarazione Schuman rappresentò quindi un punto di svolta nella storia delle relazioni internazionali tra gli Stati europei in quanto chiuse un ciclo e ne aprì un altro: finiva l’era degli ambigui trattati di non aggressione, della diffidenza e del sospetto reciproco – la famosa “tregua armata” teorizzata da Kant nel saggio sulla pace perpetua -, della cooperazione economica mirata al solo sfruttamento dei mercati; strategie che non erano state in grado di prevenire guerre e tensioni e che, in parte, mostravano tutta la loro sterilità anche in alcune caratteristiche delle neo-nate organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa – la prima sotto scacco dei membri del Consiglio di Sicurezza, la seconda priva di poteri “reali”. (…) Fu lo stesso Schuman a prenderne atto: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.
Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”. Con l’utilizzo dell’espressione “sforzi creativi”, il ministro francese dimostrò di aver compreso che col secondo conflitto mondiale la situazione era drasticamente cambiata e pertanto era necessario adeguare gli strumenti internazionali a disposizione, per non commettere lo stesso errore che era stato fatto alla fine della Grande Guerra: in quell’occasione, infatti, a un nuovo contesto sociale, politico ed economico – basti pensare alla nascita de partiti di massa e alle ripercussioni della rivoluzione d’ottobre – i diversi Stati europei avevano risposto con gli strumenti legati al passato come le riparazioni o l’umiliazione dello sconfitto.

    Oltre all’importante ruolo di “rottura”, del quale si è appena parlato, nella dichiarazione Schuman ci sono almeno altri due aspetti da sottolineare, profondamente intrecciati tra loro. Il primo è costituito dalla filosofia funzionalista – e qui è più che evidente il contributo di Jean Monnet – alla base della proposta dell’esponente politico francese: “L’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Con queste parole Schuman ribadiva che gli Stati europei non sarebbero mai stati disponibili a dare vita a una federazione europea nel breve periodo e, di conseguenza, sarebbe stato importante creare delle solidarietà di fatto sulle quali far leva per crearla. Il secondo elemento è costituito proprio dall’obiettivo federale che lo stesso Schuman si preoccupò di richiamare più volte nella dichiarazione, in modo che nessuno pensasse che la Francia aveva in mente solo una diversa strategia per continuare a perseguire i propri interessi economici nei bacini della Ruhr e della Saar: “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. In quest’ottica, l’idea del tandem Schuman-Monnet si differenziò dal federalismo spinelliano non tanto rispetto all’obiettivo finale, comune tra i protagonisti della genesi del processo d’integrazione europea, quanto rispetto alla strategia migliore per arrivarvi. (…)

    La fortuna della Dichiarazione del 9 maggio è da attribuire per buona parte all’intreccio virtuoso di una serie di elementi: 1) la capacità di leggere la situazione fatta da Jean Monnet, che intuì come il funzionalismo avrebbe permesso di superare la ritrosia degli Stati nazionali a cedere quote di sovranità; 2) la presenza di un uomo politico, Robert Schuman, che per primo decise – seguito da Adenauer e De Gasperi – di scommettere sull’idea monnettiana mettendoci la faccia e la sua credibilità; 3) un contesto europeo favorevole – rafforzato dal clima più ampio dato dalla guerra fredda. Questi elementi ricorrono spesso nelle vicende più significative dell’integrazione europea: la storia dello sviluppo del processo di unificazione, infatti, insegna che, senza il verificarsi di questi tre aspetti, è ben difficile che un nuovo traguardo possa essere raggiunto. Nel 1954, ad esempio, la CED suggerita da Spinelli – intuizione – a De Gasperi – uomo politico che sposa l’idea -, naufragò perché, con la morte di Stalin, il contesto europeo e internazionale si era modificato e non spingeva più nella direzione di un’accelerazione del progetto di integrazione. Nel 1989, invece, l’idea di Delors – mercato comune e moneta unica – poté essere realizzata non solo per l’autorevole spinta impressa dal tandem Mitterand-Kohl, ma anche per l’improvvisa dissoluzione del blocco sovietico nell’Europa centro-orientale che ricreò condizioni favorevoli per approfondire il cammino comune nella CEE. (…) Sessant’anni fa, il 9 maggio 1950, Robert Schuman lo fece e da lì partì la grande avventura dell’unificazione europea.

    4-Manifesto italiano nel 1948.

  2. Per fare gli Stati Uniti d'Europa: firmate la petizione federalistaB- La nascita della Cee

 5-Firma dei trattati di Roma, nel 25 marzo 1957.

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6-Piccola cronologia delle tappe fino a.

  • 1947: il Piano Marshall incentiva la cooperazione interstatale europea.
  • 1950: costituzione della CECA (superamento conflitto franco-tedesco e primo conferimento di sovranità nazionale a organismo sovrastatale)
  • 1957: costituzione CEE (Comunità economica europea).
  • Anni ’50 e ’60: l’Europa conosce una fase di grande sviluppo (boom economico). Il Mercato Comune europeo, senza barriere doganali è un fattore del boom.

7-Introduzione al trattato di Roma, nel 25 marzo 1957.

“Sa Majesté le Roi des Belges, le Président de la République fédérale d’Allemagne, le Président de la République française, le Président de la République italienne, Son Altesse Royale la Grande-Duchesse de Luxembourg, Sa Majesté la Reine des Pays-Bas.

Déterminés à établir les fondements d’une union sans cesse plus étroite entre les peuples européens, décidés à assurer par une action commune le progrès économique et social de leurs pays en éliminant les barrières qui divisent l’Europe, assignant pour but essentiel à leurs efforts l’amélioration constante des conditions de vie et d’emploi de leurs peuples, reconnaissant que l’élimination des obstacles existants appelle une action concertée en vue de garantir la stabilité dans l’expansion, l’équilibre dans les échanges et la loyauté dans la concurrence, soucieux de renforcer l’unité de leurs économies et d’en assurer le développement harmonieux en réduisant l’écart entre les différentes régions et le retard des moins favorisés, désireux de contribuer, grâce à une politique commerciale commune, à la suppression progressive des restrictions aux échanges internationaux, entendant confirmer la solidarité qui lie l’Europe et les pays d’outre-mer, et désirant assurer le développement de leur prospérité, conformément aux principes de la Charte des Nations unies, résolus à affermir, par la constitution de cet ensemble de ressources, les sauvegardes de la paix et de la liberté, et appelant les autres peuples de l’Europe qui partagent leur idéal à s’associer à leur effort, ont décidé de créer une Communauté Economique Européenne”.

 II- Il passo decisivo

A- I primi dubbi

8-Spinelli, « L’Europa, per che fare ? »

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9-L’ « europessimismo » e carta dell’impatto della crisi petrolifera : la desoccupazione nella Cee alla fine degli anni ‘80.

 

10-L’ assenza di politica comune : i partner della Cee durante il vertice del Consiglio europeo di Atene (4-6 dicembre 1983) : dalla sinistra alla destra : Craxi, Kohl, Tatcher, Mitterrand. « La prossima volta, proviamo di gioccare solo con QUESTA palla ! », vignetta di Wally Fawkes, pubblicata in The Observer, 11 dicembre 1983.

 

B-Passi avanti decisivi

11-S. Pistone

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12-Una nuova partenza : l’elezione al Parlamento europeo al suffragio universale nel 1979. Vignetta neerlandese di Behrendt, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 9 giugno 1979.

publishable

13-Manifesto per le elezioni al Parlamento.

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  14-« Maggio 1979 : la Grecia chiede l’adesione alla Cee ». Fonte: HAITZINGER, Horst. Politische Karikaturen von Horst Haitzinger 1979/1980. Monaco di Baviera, Bruckmann, 1979.

  publishable (1)

 15-Dall’Europa dei sei all’Europa dei quindici. 

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 III- L’integrazione incompiuta

 A- La logica di Maastricht

16-M.L. Salvadori.                                

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17-Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, L’Express, 19 giugno 2003. 

 Le projet d’Europe politique tel que l’ont imaginé des générations d’Européens, dont moi-même, est à certains égards menacés. Il serait à la fois vital et raisonnable de se fixer des ambitions réalistes pour l’Europe des Vingt-Cinq. Ces ambitions seraient, selon moi, tout d’abord, la création d’un espace de paix et de compréhension mutuelle respectueux des droits de l’homme et de la femme ; deuxièmement la création d’un cadre pour un développement équitable et solidaire ; troisièmement la stimulation des diversités qui font notre richesse en même temps qu’elles convergent vers une certaine conception de l’homme et de la société. Pas plus. Pour la politique étrangère, la défense, mais aussi pour l’Union économique et monétaire, il conviendrait soit de recourir à la création d’une avant-garde, soit de permettre, par des coopérations renforcées, à certains membres d’aller plus loin dans une structure qui resterait ouverte aux autres.

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19-Un ingiustizia riparata, 48 anni dopo Yalta.

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20-Riassunto del trattato di Maastricht.

La fine della divisione dell’Europa fra Est e Ovest, con la conseguente riunificazione delle due Germanie, aveva aperto alla Comunità europea nuove prospettive. In questo contesto, promettente anche se problematico, tra il 1989 e il 1990 la  Comunità europea riuscì a compiere importanti passi avanti in direzione dell’unione economica e politica.

Un fondamentale passo venne compiuto il 7 febbraio 1992 con il trattato firmato a Maastricht (Olanda) ed entrato in vigore il 1° Novembre 1993, dopo una serie di referendum nazionali indetti dagli Stati aderenti e risoltosi positivamente (con la sola eccezione della Norvegia).

Con il trattato di Maastricht si dava vita a una nuova realtà politica ed economica che venne definita Unione europea. I principali organi attraverso cui l’Unione europea avrebbe esercitato le proprie attività erano il Parlamento europeo, il Consiglio dell’Unione europea, la Commissione europea e la Corte di giustizia.

Il trattato di Maastricht si poneva come obiettivo da raggiungere entro il 1999 la creazione di una moneta comune unica (euro) e di una Banca centrale europea. In secondo luogo il trattato stabiliva l’avvio di una politica estera e per la sicurezza comuni. Infine istituiva la cittadinanza dell’Unione ogni persona che abbia la cittadinanza di uno Stato membro: da ciò conseguivano due livelli di cittadinanza, quello del proprio Stato di appartenenza e quello europeo. Il trattato stabiliva anche una cooperazione rafforzata tra i dodici Stati membri in materia di immigrazione e diritto d’asilo.

21-L’immagine mostra l’abbattimento simbolico delle barriere doganali europee successivo all’entrata in vigore del trattato di Schengen.                                                                                                         

img551 - Copie

22-La moneta unica.

1e

B- La scelta mai fatta

23-« L’Europa firma la Costituzione “L’utopia diventa realtà“», la Repubblica, 29 ottobre 2004.

L’Europa ha firmato la sua Costituzione. I rappresentanti dei 25 Stati membri hanno siglato il Trattato che, una volta ratificato dai governi nazionali, sancirà diritti doveri e regole dei cittadini dell’Unione Europea. Per un giorno, per qualche ora, avversari politici abituali sono d’accordo su un punto. Per Silvio Berlusconi è “un’utopia che si avvera”. Per il sindaco di Roma Walter Veltroni “è un sogno che diventa realtà“. Per Romano Prodi “nasce un’Europa più democratica e trasparente”. L’Italia, nella bufera fino a ieri per la crisi che ha investito il suo rappresentante alla Commissione europea, Rocco Buttiglione, oggi è il centro d’Europa. Il Trattato è stato firmato intorno a mezzogiorno nella sala degli Orazi e Curiazi al Campidoglio, la stessa sala in cui nacque il primo embrione comunitario nel 1957.
Ma a differenza di quel lontano marzo quando una folla festante si accalcava sotto il Campidoglio, oggi la piazza era deserta, off limits. Invece di simile c’è che anche oggi, come allora, pioveva. Le delegazioni di 29 Stati – compresi i candidati a entrare nell’Ue e la Croazia in veste di osservatore – sono arrivate intorno alle 10. I capi di Stato e di governo e i ministri degli Esteri sono stati accolti sulla piazza del Campidoglio dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal presidente di turno dell’Unione, il premier olandese Jan Peter Balkenende. Poi, a fare gli onori di casa il sindaco Veltroni e il ministro degli Esteri franco Frattini. Chirac, Zapatero, Blair, Schroeder: per tutti il copione è lo stesso: stretta di mano, foto di rito e ingresso nella Sala Giulio Cesare per i discorsi. Quindi gli interventi di Veltroni, di Berlusconi, del presidente dell’Europarlamento Josep Borrell, del presidente della Commissione ancora in carica Romano Prodi e di quello designato José Manuel Barroso, dell’ex presidente di turno Bertie Ahern. Per ascoltare l’Inno alla gioia e trasferirsi al Quirinale, per il pranzo ufficiale e il brindisi di Carlo Azeglio Ciampi: “E’ l’atto di nascita di una Unione politica, non solo economica e sociale. E’ un evento unico nella storia della nostro continente, una svolta nella storia del’umanità“. Il momento storico è trascorso, ma le difficoltà per i governi che hanno firmato sono ancora tante. Le ha rilevate nel suo intervento Prodi quando ha sottolineato che “le ratifiche del Trattato non possono darsi per scontate”. Sono 12 i Paesi che sottoporranno la Carta ai loro cittadini tramite un referendum. E anche in Italia la Lega ha annunciato di avere pronto un disegno di legge in questo senso anche se Berlusconi si è impegnato ufficialmente a ratificare per primo, già nel Consiglio dei ministri di oggi, il documento.

24- Secondo Ezio Mauro, « Si avvera il mio sogno europeo uniti grazie a valori condivisi”, ibid., 29 ottobre 2004.

ROMA – Per il Presidente, è l’indispensabile cornice culturale, politica, istituzionale allo “strappo” coraggioso che diede la moneta unica al continente. Ma è anche la conferma, per chi vuole essere costruttore d’Europa, che si può e si deve andare avanti, perché il progetto politico è ben lontano dall’essere completato, e per Ciampi “non ci sono alternative all’unificazione europea, non esiste un’altra prospettiva di crescita per le future generazioni”. Ciampi è in piena forma dopo l’intervento di sabato: “Sono stato un giorno all’aria aperta, a Castelporziano, e poi ho ripreso il lavoro. Tutto bene. Uno non vorrebbe mai farsi mettere le mani addosso, come si dice, ma è giusto fare quello che dicono i medici. E oggi i medici mi dicono che ho una buona ruota di scorta”.

Secondo lei questa è anche la percezione degli italiani? 

“Chi ha sofferto la tragedia della guerra mondiale non può non avere il mio stesso sospiro di sollievo nel vedere che l’unità del continente va avanti. A una velocità magari troppo lenta per le necessità che abbiamo oggi, ma con forme e modi che non avevamo finora conosciuto. Tenga conto che mai, neanche dopo la firma dei Trattati di Roma tanti popoli diversi si erano uniti in un vincolo così impegnativo. Ho sempre detto che la Costituzione mette i cittadini al centro della costruzione europea, migliora la governabilità e rende l’Unione soggetto di pieno diritto nella realtà internazionale. Come dice il preambolo, “unita nella diversità” l’Europa offre ai suoi popoli oggi le migliori possibilità di proseguire una grande avventura. Ecco, io credo che questo gli italiani lo capiscano benissimo.

I più anziani per le ragioni che le ho detto. I più giovani, perché l’Europa è per loro un’esperienza quotidiana e concreta. Nel senso che, paradossalmente, possono sentire meno il bisogno d’Europa perché sono già, compiutamente, cittadini europei. Magari non si sono ancora fermati a riflettere, ma intanto viaggiano come nessuna generazione precedente ha potuto fare, passano le vacanze al Nord, completano gli studi a Parigi, girano con gli amici sugli Inter-rail, fanno i fine settimana coi voli a basso costo ad Amsterdam o a Londra, a Madrid o a Berlino. In questo senso l’Europa è per loro qualcosa di naturale, di insopprimibile, fa parte del loro modo di vivere e di pensare. Non hanno più il senso del confine, finalmente, e non torneranno mai più indietro a quelle barriere che noi abbiamo conosciuto”.

Eppure non è allora che è nato il sentimento civico e politico d’Europa?

“Sì. Perché insieme con la costrizione si sentiva forte e urgente la necessità di superare quei confini, di spezzare il limite. E si è cominciata a seminare la speranza d’Europa, l’imperativo, l’impegno. Per me, sono stati i libri di Croce e di Adolfo Omodeo e la testimonianza di Guido Calogero, il mio maestro di vita. Se guardo indietro, pensando a quelle figure e al loro insegnamento, dico che abbiamo ancora molta strada da fare, ma oggi realizziamo qualcosa di importante e significativo. Una grande costruzione insieme intellettuale e politica, questa è l’Europa. La Costituzione è un patto che unisce i nostri popoli in un vincolo di cittadinanza. Ecco cosa significa la firma: regole certe, valori condivisi, cittadinanza comune. Naturalmente per ognuno di noi questo non dovrà mai significare due cittadinanze distinte, due diversi modi di essere cittadini, ma due livelli della stessa cittadinanza. Sono le cose che ha detto due secoli fa Mazzini, che ha spiegato Croce. E io ripeto sempre la formula in cui credo: mi sento cittadino europeo nato in terra d’Italia, e orgoglioso di entrambe queste mie appartenenze”.
È questo il senso in cui lei ha rilanciato in Italia un nuovo patriottismo non nazionalistico, senza confini?

“Un patriottismo europeo in quanto italiano, un senso della nostra patria declinato in una chiave europea. Dico sempre che Leonardo e Petrarca erano già grandi italiani cittadini d’Europa, ricordo che gli umanisti hanno sempre vissuto l’Europa come un fattore di unità culturale, sentendo un legame che andava oltre ogni particolarismo, una radice di cultura che univa al di là di ogni distinzione di luogo e di ogni confine. E questo non vale solo per gli umanisti”.
Sta pensando all’euro?

“Sì. Molti mi parlano in questi giorni dell’euro, perché la Costituzione rafforza e completa quel progetto. Gli italiani ora sanno cosa vuol dire avere una moneta forte in momenti di turbolenza. Chi viaggia abitualmente all’estero oggi sa qual è la comodità di girare 12 Paesi senza cambiar moneta, senza dunque sentirsi lontano da casa. Ma l’euro è soprattutto un simbolo di unità e di coesione europea. Oggi la Costituzione conferma quel simbolo e lo porta molto più avanti. È un progetto politico senza precedenti, che garantisce governabilità, coerenza, sviluppo all’Europa. E dopo la moneta, oggi l’Europa trova la sua anima”.
25-Josep Borrell, presidente del Parlamento europeo:

“Torniamo a Roma dopo aver scritto la storia di un successo: la riunificazione del continente, la pace tra le nostre nazioni, l’integrazione delle loro economie la solidarietà con le regioni e i paesi più arrestrati”.

26-Dopo le sconfitte dei referenda francese e neerlandese sul trattato costituzionale, gli europei provono una riforma

bizantina : il trattato di Lisbona che crea un posto fisso di Presidente del Consiglio (H. van Rompuy). La scelta di un

politico poco carismatico nascode male la volontà da parte della coppia franco-tedesca di gestire l’Unione.834650895

27-Eugenio Scalfari : « Se l’Europa rischia di restare sulla carta », ibid., 31 ottobre 2004.

SI RISOLVE un problema e da quella soluzione nasce un grappolo di altre questioni, si chiude una guerra e comincia un dopoguerra spesso altrettanto drammatico, si firma una nuova Costituzione e ci si trova di fronte alla sua applicazione. Perché la vita continua, continua la storia e la quiete estatica non è cosa di questo mondo. Tanto più quando il mercato è globale, dove ogni fatto si incontra istantaneamente con altri, interferisce ed è a sua volta interferito, perché la modernità ha cancellato il concetto stesso di autarchia anche se il rimpianto autarchico permane negli individui e nelle società che stentano a uscire dalle loro arcaiche pigrizie e dalla nostalgia del “bel tempo che fu”.
Così, dopo che le 25 firme dei capi di Stato apposte l’altro ieri al trattato costituzionale europeo hanno chiuso una fase, subito se n’è aperta un’altra: quale sarà la dinamica che animerà le nuove istituzioni dell’Europa unita dall’Atlantico alle steppe di Minsk e dal Baltico a Costantinopoli. Sarà mai una federazione dove le antiche nazionalità avranno lo stesso peso degli Stati americani rispetto al potere unificante del presidente degli Stati Uniti? Sarà l’Europa dei governi o quella dei popoli? Parlerà finalmente con una sola voce? Avrà un suo esercito e una sua politica estera come ha già una sua moneta e una sua banca centrale?
Ma queste domande non sono le sole (e già basterebbero a impegnare a fondo gli sforzi di due generazioni). Altre e di altrettanto rilievo s’intrecciano e interagiscono con esse: il rapporto tra le due sponde dell’Atlantico, quello tra le due sponde del Mediterraneo; infine l’evoluzione dei valori sui quali è fondata la civiltà occidentale, più che mai messi alla prova con le sfide della convivenza multietnica e multireligiosa. Forse c’è più omogeneità tra i popoli che tra le cancellerie. Ma qual è il peso reale dell’opinione pubblica europea sui meccanismi che governano l’Unione? Una domanda tira l’altra ma difettano le risposte. Qualche segnale tuttavia si è già percepito. Il caso Buttiglione è stato uno di essi anche se finora ridotto a un episodio di intolleranza laicista e di pregiudizio anti-italiano. Non è mai esistito a Bruxelles un pregiudizio anti-cattolico e anti-italiano. Cattolici militanti furono i padri fondatori della Comunità nel 1957: Adenauer, Schuman, De Gasperi. Cattolici in sequenza sono stati gli ultimi tre presidenti della Commissione, da Jacques Delors a Romano Prodi. E per restare alla Commissione ancora in carica dopo la battuta d’arresto imposta a Barroso, cattolico praticante è Mario Monti, forse il più apprezzato dei commissari, con otto anni di servizio alle spalle. Del resto non è stato soltanto Buttiglione a esser bocciato dall’Europarlamento: insieme con lui sono stati respinti altri quattro commissari di varia nazionalità e varie appartenenze religiose. Chi ha perso in questa vicenda è stato Buttiglione e con lui il governo italiano, ma le ragioni sono molto diverse da quelle fin qui indicate. Il Parlamento era alla sua prima uscita politica alla vigilia della firma della nuova Costituzione. Barroso aveva accettato supinamente le indicazioni dei governi riguardo ai nomi dei candidati commissari. Il voto parlamentare di Strasburgo ha voluto al tempo stesso dimostrare che il Parlamento non è più un semplice organo di consulenza ma un organo politico dotato di poteri penetranti. Con quel voto ha richiamato Barroso a esercitare senza timidezze i suoi poteri verso i governi e ha segnalato a questi ultimi che non potranno da soli gestire l’Unione.

Quanto al governo italiano, esso ha misurato in questa ed in altre recenti occasioni non già un pregiudizio negativo anti-italiano ma gli errori compiuti dalla nostra politica estera. L’Italia ha puntato tutte le sue carte sull’alleanza con Bush, considerando con un “benign neglect” neppure troppo benigno, l’approccio all’Europa. Non ha considerato che siamo tra i fondatori dell’Unione e ormai indissolubilmente legati ad essa, mentre con gli Usa possiamo tutt’al più dar vita ad una sorta di pasticcio tra un cavallo e un’allodola, per di più di precaria cottura. E infine: alla vita, alle scelte, alle decisioni dell’Unione europea noi partecipiamo direttamente e dall’interno dei suoi organi di indirizzo e di gestione, mentre è pressoché nulla la nostra partecipazione alle decisioni degli Stati Uniti.

Bisognerebbe (bisognerà) arrivare ad un’Assemblea direttamente eletta dal popolo europeo e non, come ora, dalle singole nazioni. Ma fin d’ora il Parlamento è l’organo dell’Unione con maggior contenuto e sensibilità popolare. E dunque la vicenda Buttiglione rappresenta un segnale importante nell’evoluzione auspicabile verso un’Europa federale, quella voluta fin dall’inizio dai padri fondatori della Comunità. Il ministro degli Esteri, pur importante nel quadro dei nuovi organi comunitari, è tuttavia limitato dal fatto che in materia di politica estera ciascun paese membro dispone d’un diritto di veto. Il ministro degli Esteri, per poter parlare efficacemente a nome dell’Unione, dovrebbe quindi avere dietro di sé l’unanimità dei consensi, condizione che allo stato dei fatti è del tutto irrealizzabile. Passare dunque dalla regola dell’unanimità a quella della maggioranza qualificata in politica estera rappresenta un requisito indispensabile. Ma esso, ancora una volta, pone il problema dell’esistenza e del peso del popolo europeo nel funzionamento dell’Unione. E quello del Parlamento eletto unitariamente rispetto ai governi nazionali. Come si vede, le interdipendenze tra le varie questioni sono continue e strettissime e vanno seguite con continuità e attenzione. Una parola per quanto riguarda il seggio all’Onu, del quale tanto si discute in Europa e soprattutto in Italia a causa della candidatura tedesca nel Consiglio di sicurezza. Ad essa l’Italia contropropone un seggio da attribuire all’Unione europea, assegnato per cinque anni a rotazione ad uno dei paesi che ne fanno parte. In un’Europa dove gli Stati nazionali abbiano conferito all’Unione la sovranità in politica estera, la proposta italiana sarebbe del tutto logica e condivisibile. Ma poiché siamo ancora ben lontani da quel traguardo, l’attribuzione di un seggio Onu all’Unione europea in quanto tale è un proposito privo di senso concreto. A causa delle profonde divergenze tra gli Stati membri, il rappresentante dell’Europa nel Consiglio di sicurezza dovrebbe restare il più delle volte muto e astenuto dal voto.

28-H. Schulze.                                                                                           

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29-I forti radici del nazionalismo, Horsch.

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30- Al contrario : l’europeismo o l’ideal europeo.

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31-O sarebbe piuttosto una reazione anti-tedesca alla crisi economica e politica interna ? Vignetta tratta da Kroll, febbraio 2013.

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32- Secondo José Goulao, “Italia, o il fiasco dell’Europa », Jornal de Angola, 29 marzo 2013.

Si dice che la notizia è “l’ingovernabilità dell’Italia”. Chi lo afferma, però, è del tutto fuori strada. Questa interpretazione dei risultati delle elezioni italiane è stata messa in circolazione dai guru e dagli agenti dei mercati, sempre loro, per impedire che venga a galla quel che è successo.

Le notizie sono altre, molte altre, ma non conviene che si sappiano. Per questo bisogna dirottare l’attenzione sulle aritmetiche dei voti e sulla ripartizione dei parlamentari alla Camera dei Deputati e al Senato di Roma. L’Italia è governabile, questo è chiaro. Come qualunque paese. In democrazia e rispettando la volontà dei suoi cittadini, espressa in modo libero e trasparente di fronte a programmi e comportamenti politici seri. Ora, questo non è successo in Italia negli ultimi decenni e, se vogliamo essere obiettivi, in nessun altro paese dell’Unione Europea. Da questo deriva la situazione attuale.

La notizia in Italia è la fragorosa sconfitta di Mario Monti, il primo ministro uscente che ha guidato il governo perché così era stato deciso dai burocrati ultraliberali di Bruxelles e dalla cancelliera tedesca. Mario Monti è un altro agente dell’alta finanza che la banca nordamericana Goldman Sachs ha disseminato nel mondo, un apostolo del neoliberalismo, un membro dell’oscuro Gruppo Bildeberg. Monti non è stato mai eletto, nemmeno a presiedere il governo italiano, funzione che ha esercitato per 6 mesi a dispetto delle regole democratiche. Quando il signor Monti si è sottoposto al suffragio, eccone i risultati: ha ricevuto l’appoggio di poco più di un italiano su dieci. Con tutte le ragioni, più una: l’Italia, uno dei “grandi” dell’Unione Europea, vive a dispetto della democrazia, di cui i governanti europei si considerano giudici e censori.

La notizia in Italia è la fragorosa sconfitta dei metodi politici tradizionali, il carnevale della politica, potremmo dire, attraverso la calorosa accoglienza data al comico Beppe Grillo, che si è presentato come il candidato contrario al sistema politico esistente. E’ facile chiamarlo fascista e demagogo, come fa a gran voce il mondo imprenditoriale europeo di riferimento. Può essere così come può non esserlo, per ora non è questo il punto. Non sono di certo fascisti gli 8,5 milioni di italiani che lo hanno votato. E, lasciandosi sedurre dalle promesse dell’attore di fare tutto attorno terra bruciata, dicono anche di non rispecchiarsi in nessun altro dei candidati in lista. Quello che in fondo affermano con questo atteggiamento di protesta è che non vogliono più l’austerità, non vogliono più l’autoritarismo, non vogliono più le eccezioni al regime democratico. Non è stato un voto a Grillo, è stato un voto di sfiducia e di rivolta. Forse inutile, il che conferma anche la svolta nella democrazia.

Quali erano, in fondo, le scelte disponibili? Di Monti si è già parlato. A destra è risorto l’inimmaginabile Berlusconi. Il suo semplice ritorno alla leadership politica, attraverso mezzi che gli hanno portato il 30% dei voti, è solo per questo un fiasco della politica così com’è stata praticata in tutto lo spazio europeo, non dimentichiamolo. E’ stato o no per diversi anni il signor Berlusconi un interlocutore valido e stimato dai dirigenti europei, a cominciare dalla signora Merkel? Dall’altro lato, quello del “centro-sinistra”, si è presentato Pier Luigi Bersani, leader del Partito Democratico, coalizzatosi per l’occasione con il gruppo Sinistra, Ecologia e Libertà. Il Partito Democratico non è cosa in cui un elettore o un’ elettrice che si considera di sinistra possa rispecchiarsi. Questo gruppo ha una storia breve e triste. Si appropriò del movimento operaio servendosi delle rovine del vecchio PCI, di cui aveva provocato lo sgretolamento, per fabbricarne un’imitazione a buon mercato e ancor meno raccomandabile del Partito Democratico nordamericano di Obama, Clinton &Co. Come contorno a questo menù di piatti avvelenati c’è il deserto e, in esso, le urla di Beppe Grillo contro tutti coloro che prendono decisioni in Italia e che, purtroppo per gli italiani, non sono solo incompetenti ma anche crudeli.Tra un robot senz’anima e con un cuore a forma di cassaforte, un politico che si crede al di sopra della legge, un manipolatore mediatico che a volte sembra uscito dalle viscere di Mussolini e Chiara Petacci, e un politico considerato “serio” per la sua pretesa di fondere democrazia e neoliberalismo, cosa ancor più difficile della fusione dell’atomo, che cosa avrebbero dovuto scegliere gli italiani? La notizia principale sulle elezioni italiane è la sconfitta fragorosa della politica economica unica, quella dell’austerità e dei tagli imposti dai mercati, che tutto possono, attraverso i loro agenti insediati nell’Unione Europea. L’Italia non è ingovernabile. Quel che è ingovernabile, andando avanti così, è l’Unione Europea.

33-L’Ue e la crisi dell’euro e dei debiti pubblici. Mix & Remix, l’hebdo, Lausana.

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34- Secondo Alessio Pisanò, “ Sovranità nazionale economica, ma è davvero così importante?”, Ibid.,  14 marzo 2013.

Mai come da quando è scoppiata la crisi finanziaria e l’Unione europea sta cercando di assicurare più stabilità finanziaria al suo interno, in Italia si è sentito tanto parlare di “difesa della propria sovranità”. I passi avanti fatti da Bruxelles verso una maggiore integrazione economica e monetaria hanno scatenato uno straccia vesti generale in nome della “nazione Italia” della quale fino a qualche anno fa sarebbe stato capace solo Ignazio La Russa. Da destra come da sinistra, si sono alzate le voci di chi si è detto scandalizzato per la concessione di simili poteri economici a Bruxelles. Perfino qualche esponente della Lega Nord, il partito che fino all’anno scorso aveva cercato di strappare a Roma qualche Ministero per trapiantarlo a Monza, ha gridato allo scandalo di fronte allo scippo europeo della sovranità romana (evidentemente lo stesso non vale per la loro Padania). Il fatto è che i populisti di destra come quelli di sinistra hanno l’abitudine di parlare o al cuore (con promesse mirabolanti) o alla pancia (con sparate bigotte e razziste) ma molto poco alla testa, eppure gli italiani il cervello ce l’hanno eccome (anche se non lo utilizzano sempre).

La crisi economica internazionale, la crisi del debito e il cortocircuito che si è creato tra debito bancario e debito pubblico sono tutti fenomeni internazionali e come tali necessitano soluzioni internazionali. Diciamoci la verità: la piccola Italietta (così come la stessa Germania) può ben poco da sola di fronte a simili dinamiche. Mentre la politica è ancora stretta attorno ai suoi confini nazionali, economia e finanza ragionano globalmente. Se i titoli di Stato di un Paese sono detenuti da un istituto di credito in un altro, o se una determinata realtà economica investe in un altro Paese, va da se che la questione non è più strettamente nazionale. A Bruxelles le istituzioni comunitarie e i rappresentanti dei governi nazionali (che ricordiamolo hanno un peso determinante), stanno cercando di uscire dal pantano della crisi e di prevenire futuri terremoti. Una delle misure prese, è spingere sull’acceleratore di una maggiore integrazione economica e finanziaria così come previsto dal semestre europeo, dal six pack e dal two pack (recentemente approvato dal Parlamento europeo) che da alla Commissione europea l’inedito potere di bocciare i bilanci nazionali dei 17 Paesi della zona euro.

Da qui l’ennesimo slancio nazionalista del “giù le mani dalla nostra sovranità”. Il fatto è che stiamo assistendo ad un momento storico e a tratti rivoluzionario. È vero, le insidie sono molte e ci troviamo di fronte ad un evidente deficit democratico dettato da un massiccio trasferimento inaspettato di poteri a un organismo tecnico come la Commissione europea non progettata per gestirli. Ma la soluzione è da cercare nel futuro e non nel passato. Una lungimirante classe politica dovrebbe indirizzare l’attenzione dei cittadini, invece che sulla difesa della propria sovranità nazionale, verso un rafforzato potere di controllo da parte del Parlamento europeo (eletto direttamente dai cittadini), l’elezione a suffragio universale del presidente della Commissione europea, la predisposizione di un meccanismo che aumenti la trasparenza del processo legislativo europeo, la protezione del principio di solidarietà comunitario nel caso di un Paese in difficoltà (vedasi Grecia), una maggior partecipazione popolare e tanto altro.

35- Vignette sulla crisi dell’euro, da Chapatte, Le Temps, Ginevra.

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36- Fonte : Limes, la Repubblica.

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37 Vignette sulla crisi dell’euro, da Chapatte, Le Temps, Ginevra ; les indégivrables di Xavier Gorce, Le Monde ; Larnotte.

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38- Vignette su gli altri punti deboli dell’unificazione europea : da sinistra a destra :

 a-e:La riforma delle istituzioni, poco chiare e efficienti nella prospettiva della trentinaia di membri (allargamento).

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Giscard d’Estaing, allora presidente della convenzione per scrivere la costituzione europea.

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f-j :E con l’allargamento (ma anche senza), viene il problema delle politiche migratorie e della politica di vicinanza.

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k-n : L’Ue è un gigante economico e un nano diplomatico e militare (malgrado la Politica estera di sicurezza comune, e la Ministra degli affari esteri dell’Ue, Federica Mogherini).

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q, r : Gli europei non immaginano (ancora ?) creare gli Stati uniti d’Europa, mentre il Regno-Unito chiederà nel 2015 per referendum se si mantene nell’Unione.

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39-Il sentimento europeo potrà venire dalla generazione erasmus.

 

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Studenti 1.200.000 144.000 Spagna Francia Germania Regno Unito Paesi UE, Islanda,Liechtenstein,Nervegia

 

Carte recapitulative

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Domande
  • Perché inizialmente si trattò di un’integrazione economica ?
  •  Perché la crisi dei Paesi comunisti nel 1989-90 fu una svolta per l’Europa ?
  •   Spiega l’importanza maggiore del trattato di Maastricht tra tutti ?

 

Compito di preparazione alla composition di storia dell’EsaBac

“L’Unione europea, una federazione di Stati-nazioni”

 1- redigere un piano argomentato.

2- redigere una conclusione.

LEZIONE

L’unificazione europea

L’Europa è il risultato di un lungo processo storico che affonda le sue radici nell’antichità, ma che si è sostanziato negli ultimi sessant’anni, cioè a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Senza risalire a quel momento, sarebbe molto difficile capire qualcosa dell’Europa di oggi : perché fu nel periodo fra la Prima e la Seconda guerra mondiale – in cui alcuni storici hanno visto una vera e propria “guerra civile europea” – che il continente visse una realtà di crisi economica, conflitti sociali, dittature totalitarie, distruzioni e stermini in una misura e con una intensità mai conosciute prima.

In ogni caso, si può sostenere, però, che l’Europa unita nasca proprio da una lezione del passato, e cioè dalla riflessione sui guasti provocati da una visione conflittuale dei rapporti fra gli stati, sia sul piano economico sia su quello politico e culturale.

I-L’avvio dell’unificazione europea

A- Robert Schuman, Jean Monnet e la Ceca

 I progetti per un’unificazione politica e militare dell’Europa rimasero a lungo bloccati per diffidenze reciproche e per timore di videre attacate prorogative di sovranità nazionale. Si avviò invece un processo d’integrazione economica, i cui padri fondatori furono Konrad Adenauer, Robert Schuman, Alcide De Gasperi… La prima pietra dell’edificio europeo fu gettata nel 1951 con la costituzione della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciao), che unì Belgio, Francia, Germania federale, Olanda, Lussemburgo e Italia allo scopo di sviluppare e regolamentare la produzione in questi settori, vitali per l’industria pesante. Si trattava della prima istituzione europea con autorità sovranazionale effettiva, guidata da un esecutivo composto di nove membri (primo presidente fu il francese Jean Monnet) legittimato a operare in modo indipendente dai governi nazionali.

E relativamente poco importante, in prospettiva storica, che la creazione della Ceca rappresentasse un successo della Francia, che trovava così il modo di risolvere, grazie a un’autorità sovranazionale, lo storico problema di inferiorità rispetto alla Germania nel settore carbosiderurgico. Il fatto importante è che la soluzione di una delle rivalità storiche che avevano lacerato l’Europa veniva impostata per via negoziale e all’interno di una prospettiva europeistica di convergenza di interessi e coordinamento delle risorse.

B- La nascita della Cee

Un passo di grande importanza fu il trattato di Roma (1957), con cui gli stessi sei paesi che avevano fondato la Ceca istituirono l’Euratom (un’organizzazione per lo sviluppo dell’energia nucleare a scopi pacifici) e la Comunità economica europea (Cee) con l’obiettivo di costruire un’unione doganale e quindi un mercato comune europeo di 180 milioni di persone che prevedesse la libera circolazione delle merci all’interno e l’adozione di politiche doganali comuni verso l’estero. Era il primo atto di una strategia economica comune, presupposto per una successiva unificazione anche sul piano politico.

II- I primi dubbi superati

A- Numerose difficoltà

Questo progetto incontrò numerose difficoltà, legate sia all’ovvio permanere di divergenze economiche fra i membri della comunità, sia al nodo, policamente decisivo, del grado di autonomia degli organismi della comunità stessa rispetto ai governi nazionali. L’Europa dei sei rimase a lungo tale, mentre la Gran Bretagna tentava di costruire intorno a sé una diversa area di libero scambio, l’Efta (European Free Trade Association), che comprendeva la Svizzera, Svezia, Norvegia, Danimarca, Austria e Portugallo. Una fase di crisi particolarmente profonda si ebbe negli anni sessanta, quando De Gaulle si oppose per ben due volte (nel 1963 e nel 1967) all’ingresso di Londra nella Cee, motivando il suo rifiuto con l’appartanenza della Gran Bretagna ad altre aree di integrazione economica (l’Efta e il Commonwealth) e con troppo vincolante legame che essa intratteneva con gli Stati Uniti (tremendo una strategia da loro attraverso la GB di “cavallo di Troia”).

B- Il rilancio degli anni 80

Nonostante queste difficoltà, gli anni settanta-ottanta videro un avanzamento del processo di integrazione europea :

  • l’entrata nella Cee di GB, Danimarca e Irlanda (1973), Grecia (1981), Spagna e Portugallo (1986), face dell’Europa dei dodici un soggetto economico di popolazione e di richezza analoghe a quelle degli Stati Uniti (dimensione ulteriormente rafforzata dall’adesione nel 1995, di Austria, Finlandia e Svezia)…
  • L’elezione del primo parlamento europeo nel 1979
  • E la creazione nello stesso anno di un Sistema monetario europeo, per fronteggiare l’instabilità economica evitando oscillazioni eccessive nei cambi delle monete…

…furono segnali importanti che la costruzione dell’Europa unita avanzava pur fra difficoltà e lentezze.

Nel 1985 il trattato di Schengen eliminò le frontiere fra i paesi membri, garantendo la piena libertà di circolazione per i loro cittadini, e nel 1986 la firma dell’Atto unico europeo sancì il passaggio dal mercato comune fino ad allora esistente, paragonabile a un’estesa lega doganale, a un mercato unico, cioè un’area caratterizzata dalla libera circolazione di persone e merci, con progressiva abolizione di tutte le frontiere, nella prospettiva di un governo comune dell’economia.

III- Il crollo della “cortina di ferro” e l’Europa di Maastricht

A- L’euro in scambio dell’unificazione tedesca

La realtà economico-politica dell’ultimo decennio del Novecento – con l’impetuoso estendersi della Globalizzazione economica, la faticosa ricerca di un nuovo ordine politico internazionale, l’instabilità nell’Europa orientale – rese ancora più urgente e importante il completamento dell’integrazione economica e politica dell’Europa, avviata alla fine degli anni cinquanta con il trattato di Roma.

Importanza fondamentale ebbe, nel febbraio 1992, la firma del trattato di Maastricht (la dizione esatta è Trattato sull’Unione europea). Questo accordo stabiliva che la Comunità – chiamata anche Unione europea – raggiungesse entro il 1999 l’unificazione monetaria, con la creazione della moneta unica destinata nel 2002 a sostituire le monete nazionali, e di una Banca centrale europea ; indicava inoltre gli obiettivi prioritari delll’Unione nella cittadinanza europea, nell’adozione di una politica comune per la sicurezza, nello sviluppo di iniziative coordinate nella politica sociale e del lavoro.

La moneta unica aveva alcune finalità economiche evidenti : favorire gli scambi e i flussi di merci e persone, eliminando ogni problema di cambio ; rendere più stabili e integrati i rapporti fra le economie europee, eliminando le oscillazioni valutarie, favorire una politica economica comune, dato che la moneta è governata da una Banca centrale unica quindi sovranazionale di tipo federale, creare un sistema economico-monetario corrispondente a un mercato di oltre 350 milioni di abitanti in grado di competere con quello statunitense. Uno degli elementi fondamentali che caratterizzava la sovranità di uno stato, e ne era il simbolo più chiaro e universalmente riconosciuto, è sempre stata la moneta ; il significato politico dell’euro era dunque quello di rappresentare una tappa fondamentale verso l’istituzione dell’Europa come entità politca, in grado di esercitare sovranità in ambiti via più ampi, superando gli storici elementi – soprattutto franco-tedeschi; e che l’unificazione tedesca risvegliava un poco – di conflittualità che nel corso del Novecento avevano portato ad aspri conflitti, sfociati in due sanguinose guerre mondiali.

B- Gli anni dell’euroscetticismo

L’unione monetaria, la sempre più forte integrazione economica, l’allargamento dell’Unione a 27 paesi (28 con l’entrata della Croazia all’estate 2013) sono grandi risultati del processo di unificazione europea degli ultimi anni, anche se esso continua a incontrare sulla strada notevoli ostacoli. Rimane il fatto che, con tutte le sue difficoltà, l’Unione appare ancora una strada obbligata per consentire all’Europa di affrontare le sfide della Globalizzazione, di competere sul piano economico con gli Stati Uniti, il Giappone, le nuove economie emergenti dell’Asia orientale, di governare processi di scala ormai sovranazionale con finalità non solo di efficienza economica, ma anche di tutela dei diritti e di giustizia sociale.

Purtroppo, questa finalità non apparisce così evidente alle opinioni pubbliche. Il rifiuto per referendum del progetto di Trattato costituzionale europeo nel 2005 da parte dei popoli francese e olandese, i sondaggi sempre più negativi mettono sotto la luce le mancanze dell’unificazione : istituzioni lontane degli ambienti nazionali, viste come poco lisibili, burocratiche e poco democratiche (80% delle leggi votate nei parlamenti nazionali sono la trasposizione automatica delle direttive europee), impotenza sull’argomento deli flussi migratori interni (dall’Est) ed esteri, e sull’argomento della diplomazia e della difesa e soprattutto – e anche il più grave – sulla sua credibilità economica allora che la crisi dei debitti nazionali minaciano l’euro, provocando disoccupazione e pessimismo.

Conclusione : l’euro è il progetto più avanzato verso un’unione di tipo federale. Purtroppo, la guida delle economie si fa ancora a livello nazionale e la mancanza, per esempio, di una politica fiscale armonizzata, provoca dei divari che sarebbero letali se non intervenisse la Banca centrale europea, sola istituzione sovranazionale in grado di mantenere un’edificio monetario incompiuto, ma indipendente e lagata strettamente dai trattati ad una missione di lotta contro l’inflazione e non veramente ad una vera politica economica.

Per raggioni storiche di difesa delle sovranità nazionali, gli europei non si sono ancora risolti alla vera scelta che potrebbe solidificare infine l’Unione e dare alla moneta unica il governo economico da lei chiesto ed un incarnazione all’idea dei “padri fondatori” : uno stato europeo federale sovrano.

Gli ultimi appunti Europe, de la construction à l’enlisement, Le Monde-Histoire, 2012

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